A History Of Violence
Inviato: 22 dicembre 2005 03:36
Premetto di non voler inneggiare per forza ad ogni film di grandi come Romero, Carpenter e Cronenberg. Mi rendo conto che siamo nel nuovo millennio e per questo bisognerebbe dare spazio a nuovi talenti e nuove visioni... se solo ce ne fossero.
In un'epoca come quella attuale, caratterizzata da lungometraggi di plastica, violenza con pretese di trasgressività, eppure inesorabilmente patinata, e soprattutto un inquietante deficit di abilità cinematografica, "History Of Violence" giunge come la manna dal cielo, assicurandosi probabilmente il titolo di miglior film dell'anno (con buona pace del Maestro Romero).
Come ogni volta che vedo un film di Cronenberg, quando si riaccendono le luci in sala ho l'impressione che mi siano stati asportati i nervi ottici, che siano stati puliti, anzi sterilizzati con la candeggina, e che mi siano stati reimpiantati.
Finalmente, dopo tanto tempo, sullo schermo appaiono immagini arricchite da una fotografia superlativa, e non le solite luci blu, verdi o marroni a cui ci hanno abituato da troppo tempo.
Tralasciamo i commenti sul montaggio divino o sulla capacità di narrazione del Maestro, dato che non voglio passare per uno di quelli pseudo intellettuali radical chic che si divertono a consigliare film incomprensibili o fare riferimento ad aspetti tecnici solo per fare la figura di quelli che hanno capito tutto, anzi. Apprezzo anche il classico filone mainstream, e per questo elencherò immediatamente gli ostacoli che l'eventuale spettatore potrebbe incontrare durante la visione del suddetto film:
- lo svolgimento è volutamente lento
- ci sono pochi effetti speciali (è un thriller, anzi, un noir)
- le (poche) scene di violenza sono girate con il compito più di inquadrare il personaggio che di intrattenere lo spettatore
- il montaggio è volutamente largo, senza quei 15 tagli al minuto a cui le ultime produzioni ci hanno abituato.
Tutto questo, ovviamente, è stato fortemente voluto, progettato ed eseguito da un cineasta che oramai non ha più alcun trucco da imparare.
Il risultato è agghiacciante, e nonostante lo svolgimento non sia esattamente adrenalinico, lo spettatore ha l'impressione di trovarsi completamente calato nella storia, imprigionato da un'atmosfera claustrofobica che cozza con la sonnolenta periferia americana che fà da sfondo alla storia.
L'America, ancora una volta è questo il bersaglio delle critiche sociali sferrate dal film. Al contrario di Romero, però, Cronenberg estende la propria pessimistica visione a tutta l'umanità, attaccando in maniera abbastanza palese l'ipocrisia del sogno americano (che in quel tipo di provincia prosepera), ma colpendo in profondo l'intera natura umana, vista ancora una volta come diretta discendente delle pulsioni animali.
Pur non essendoci le solite allusioni alla carne che muta, il regista continua a perseguire la propria visione della mutazione della corpo, applicandola però alla società, qui vista come un gigantesco simulacro, in apparenza imbiancato e corrotto dall'interno. Non c'è redenzione nel dimenticare, e tutti i frutti della parte più scomoda di ognuno di noi sono destinati ad essere raccolti.
E' inutile negare ciò che siamo: si ha l'impressione che il personaggio principale, un incredibile Viggo Mortensen (lontano anni luce dalla patata sexy vista nel "Signore Degli Anelli") sia veramente sé stesso solo nelle improvvise sfuriate, che rompono la maschera rimettendolo in contatto con la sua reale natura.
Questo è un film! Così si colpisce uno spettatore! Non uso la parola capolavoro perché Cronenber non ha volutamente confezionato un capolavoro, bensì un atto d'accusa destinato al grande (più o meno) pubblico, senza nascondersi dietro facili licenze artistiche o voluti cripticismi che fanno tanto elite (e che lui potrebbe permettersi tranquillamente, vista la fama).
Ogni fotogramma del film sembra esprimere l'opinione del regista con un'arrogante noncuranza nei confronti delle reazioni dello spettatore, sussurrando: "che vi piaccia o no, io sono convinto che le cose vadano così. Se vi ho aperto gli occhi bene, sennò continuate pure per la vostra strada. Non siete più un mio problema."
"History Of Violence" è una di quelle opere, sempre più rare al giorno d'oggi, che trovano nella sala del cinema la loro realizzazione più completa. Mai come in questo caso lo spettatore ha bisogno di uno schermo enorme e di un ambiente buio per farsi catturare dall'atmosfera.
Non aspettatevi lo stesso effetto su uno schermo casalingo, ed è per questo che vi converrebbe correrere al cinema, visto che (da grande tradizione) lo stanno già togliendo dalla circolazione.
Mi piacerebbe ascoltare qualche parere, positivo e negativo ovviamente, dato che era da "Million Dollar Baby" che non vedevo un film così convincente. E pensare che, nelle mani di un altro registra, la trasposizione di questo fumetto sarebbe potuta diventare il classico simil western urbano, con esplosioni e dialoghi coatti a gò gò (non che mi dispiacciano, s'intenda, ma ciò che ho avuto questa sera è molto meglio).
Lunga vita al Maestro!
In un'epoca come quella attuale, caratterizzata da lungometraggi di plastica, violenza con pretese di trasgressività, eppure inesorabilmente patinata, e soprattutto un inquietante deficit di abilità cinematografica, "History Of Violence" giunge come la manna dal cielo, assicurandosi probabilmente il titolo di miglior film dell'anno (con buona pace del Maestro Romero).
Come ogni volta che vedo un film di Cronenberg, quando si riaccendono le luci in sala ho l'impressione che mi siano stati asportati i nervi ottici, che siano stati puliti, anzi sterilizzati con la candeggina, e che mi siano stati reimpiantati.
Finalmente, dopo tanto tempo, sullo schermo appaiono immagini arricchite da una fotografia superlativa, e non le solite luci blu, verdi o marroni a cui ci hanno abituato da troppo tempo.
Tralasciamo i commenti sul montaggio divino o sulla capacità di narrazione del Maestro, dato che non voglio passare per uno di quelli pseudo intellettuali radical chic che si divertono a consigliare film incomprensibili o fare riferimento ad aspetti tecnici solo per fare la figura di quelli che hanno capito tutto, anzi. Apprezzo anche il classico filone mainstream, e per questo elencherò immediatamente gli ostacoli che l'eventuale spettatore potrebbe incontrare durante la visione del suddetto film:
- lo svolgimento è volutamente lento
- ci sono pochi effetti speciali (è un thriller, anzi, un noir)
- le (poche) scene di violenza sono girate con il compito più di inquadrare il personaggio che di intrattenere lo spettatore
- il montaggio è volutamente largo, senza quei 15 tagli al minuto a cui le ultime produzioni ci hanno abituato.
Tutto questo, ovviamente, è stato fortemente voluto, progettato ed eseguito da un cineasta che oramai non ha più alcun trucco da imparare.
Il risultato è agghiacciante, e nonostante lo svolgimento non sia esattamente adrenalinico, lo spettatore ha l'impressione di trovarsi completamente calato nella storia, imprigionato da un'atmosfera claustrofobica che cozza con la sonnolenta periferia americana che fà da sfondo alla storia.
L'America, ancora una volta è questo il bersaglio delle critiche sociali sferrate dal film. Al contrario di Romero, però, Cronenberg estende la propria pessimistica visione a tutta l'umanità, attaccando in maniera abbastanza palese l'ipocrisia del sogno americano (che in quel tipo di provincia prosepera), ma colpendo in profondo l'intera natura umana, vista ancora una volta come diretta discendente delle pulsioni animali.
Pur non essendoci le solite allusioni alla carne che muta, il regista continua a perseguire la propria visione della mutazione della corpo, applicandola però alla società, qui vista come un gigantesco simulacro, in apparenza imbiancato e corrotto dall'interno. Non c'è redenzione nel dimenticare, e tutti i frutti della parte più scomoda di ognuno di noi sono destinati ad essere raccolti.
E' inutile negare ciò che siamo: si ha l'impressione che il personaggio principale, un incredibile Viggo Mortensen (lontano anni luce dalla patata sexy vista nel "Signore Degli Anelli") sia veramente sé stesso solo nelle improvvise sfuriate, che rompono la maschera rimettendolo in contatto con la sua reale natura.
Questo è un film! Così si colpisce uno spettatore! Non uso la parola capolavoro perché Cronenber non ha volutamente confezionato un capolavoro, bensì un atto d'accusa destinato al grande (più o meno) pubblico, senza nascondersi dietro facili licenze artistiche o voluti cripticismi che fanno tanto elite (e che lui potrebbe permettersi tranquillamente, vista la fama).
Ogni fotogramma del film sembra esprimere l'opinione del regista con un'arrogante noncuranza nei confronti delle reazioni dello spettatore, sussurrando: "che vi piaccia o no, io sono convinto che le cose vadano così. Se vi ho aperto gli occhi bene, sennò continuate pure per la vostra strada. Non siete più un mio problema."
"History Of Violence" è una di quelle opere, sempre più rare al giorno d'oggi, che trovano nella sala del cinema la loro realizzazione più completa. Mai come in questo caso lo spettatore ha bisogno di uno schermo enorme e di un ambiente buio per farsi catturare dall'atmosfera.
Non aspettatevi lo stesso effetto su uno schermo casalingo, ed è per questo che vi converrebbe correrere al cinema, visto che (da grande tradizione) lo stanno già togliendo dalla circolazione.
Mi piacerebbe ascoltare qualche parere, positivo e negativo ovviamente, dato che era da "Million Dollar Baby" che non vedevo un film così convincente. E pensare che, nelle mani di un altro registra, la trasposizione di questo fumetto sarebbe potuta diventare il classico simil western urbano, con esplosioni e dialoghi coatti a gò gò (non che mi dispiacciano, s'intenda, ma ciò che ho avuto questa sera è molto meglio).
Lunga vita al Maestro!