Ci ha lasciato ieri l'attore Angelo Infanti, noto ai più per il suo ruolo di Manuel Fantoni nel film Borotalco: il falso architetto raccontaballe, che inventa di sana pianta un passato di avventure e incontri impossibili ("na sera Richard Burton m'ha vomitato sul tappeto in salone, lì non ciò visto più...").
A Roma ci sono un paio di cose "sacre" e trasversali, che accomunano tutti quelli della mia generazione (a stare stretti): Antonello e i film di Carlo Verdone. A essere onesti dovrei dire pure la A.S. Roma
I film di Verdone ci hanno consentito di tirare avanti per anni con monologhi da lacrime (Senti sto prosciutto, A zoccolè io nun so fascio, la palude der Caimano), resi delle pagine immortali grazie ai vari Mario Brega, Sora Lella, Angelo Infanti. Il monologo di Manuel Fantoni è una perla di romanità: Manuel, che pure non ha il forte accento di un Mario Brega, ci ricorda un tipico esemplare di romano, il fregnacciaro. Questo raccontare esagerando, se non inventando, esasperando la realtà; questo modo così piacione, da incantatore con l'oro sul pelo, pavone ma non spocchioso.
Ma non solo Fantoni: anche i vari Emmanuelle, i polizziotteschi, addirittura il Padrino. Uno grande.
Tu per esempio lo sapevi che John Wayne era frocio?