Sairus ha scritto: ↑4 marzo 2020 20:06
C'avete proprio il cervello ostruito porca pupazza. Se non volete aprire le orecchie quando parlo io (che ci sta, per carità), almeno state a sentire uno che lo fa di mestiere, no?
Ma perché questi atteggiamenti, tipo quello di Baker, sono figli del momento. Momento in cui io mi informo e se tu provi a criticarmi o screditarmi su un argomento perché tuo di mestiere, io devo contrattaccare dandoti del saccente e della persona che si erge sulla sua torre d'avorio professionale. Perché poco conta che sia saccente anche io, la scienza è democratica solo quando mi torna comodo. (Dtrule, non mi pare di aver travisato e non interpreto le parole di Baker come te, probabilmente).
Chiuso l'excursus sociale, veniamo a roba più concreta.
Partiamo dalla risposta ad Antonio: le mascherine servono a poco e nulla, se non, almeno in parte, quelle modello ppf3. Quelle che ci fanno mettere in ospedale (le standard) servono solo a fare scena. Gli altri presidi di lavaggio e pulizia sono più utili, anche se non so darti dati microbiologici più precisi su resistenza e fattori in grado di limitare l'azione del virus. In linea di massima, cerco di lavorare molto su lavaggio, disinfezione e limitazione del contatto prolungato anche fisico, come da disposizione ministeriale e aziendale ospedaliera.
I dati che volevo discutere, più che microbiologici sono clinici e di sanità pubblica.
Attualmente, il controllo della diffusione del virus è molto difficile, perché ha una certa contagiosità e perché spesso decorre asintomatico, senza contare il discreto periodo di incubazione. In una percentuale di persone, il virus provoca una sindrome simil-influenzale "più forte" del normale. In una percentuale limitata ma non trascurabile di casi, provoca una polmonite interstiziale bilaterale che può assumere con insufficienza respiratoria ipossiemica (cala l'ossigeno in circolo, ma non aumenta l'anidride carbonica) con possibilità di evoluzione in un quadro compatibile con quello di ARDS (disfunzione respiratoria severa,
https://www.europeanlung.org/it/malatti ... uto-(ards) ). In questa situazione, non esistono attualmente terapie antivirali dirette, anche se in alcuni studi stanno provando a somministrare farmaci diretti contro altri virus per vedere se funzionino. Il risultato è che tocca trattare questa gente con terapie di supporto e vedere come evolvono.
Nota bene: questa situazione clinica ha colpito anche gente adulta ma non anziana e senza comorbidità particolari.
Un problema fondamentale nella gestione clinica del paziente è legato al fatto che nei casi di insufficienza respiratoria, molto spesso non è sufficiente dare ossigeno tramite occhialini e mascherina, ma è necessario passare ad approcci di ventilazione non invasiva tramite, ad esempio, C-PAP (che, per farla breve, somministra aria gestendone la pressione in senso positivo e contrastando la disfunzione del meccanismo respiratorio (
https://it.wikipedia.org/wiki/C-PAP). In casi estremi può essere necessario passare all'intubazione orotracheale, quindi si passa ad approcci invasivi.
Questi approcci, sia la ventilazione non invasiva che, a maggior ragione, quella invasiva, non sono ad appannaggio di tutti i medici ospedalieri e, men che meno, di tutti i reparti ospedalieri. Anche la sola C-PAP prevede una conoscenza della fisiopatologia respiratoria e della macchina stessa che io, da gastroenterologo, non ho. Ma spesso non le ha neanche un internista.
Il risultato è che la possibilità di gestione di questi pazienti si limita a medicine interne avanzate, pneumologie, terapie sub-intensive e terapie intensive, ovvero ambienti che abbiano personale e macchinari adeguati.
Chiaramente, la disponibilità di posti letto in questi ambienti è limitata, non adatta a gestire una eventuale emergenza sanitaria di questo tipo, anche contando che lì le persone ci possono andare anche per problemi che non siano il corona virus.
Questo aggiunge un ulteriore elemento di complessità: evitare il contagio.
Chiaramente, mettere affianco un paziente in ARDS per corona virus ed un polipatologico che è lì per altri motivi (es. scompenso cardiaco, sailcazzoche), aumenta notevolmente il rischio che il paziente non infetto, si infetti.
Questo cosa comporta? Comporta che molti ospedali, tra i quali quello di Parma, abbiano chiuso interi padiglioni per dedicarli agli infetti, anche a prescindere dal fatto che abbiano o meno la polmonite, alterando la disponibilità di cure sulla popolazione (un'intera radiologia è bloccata, per dire). Questo comporta problemi anche per chi non ha il corona virus, ma che necessità di servizi e prestazioni mediche\infermieristiche che inevitabilmente vengono ridotte o reindirizzate. Un esempio? Molti anestesisti vengono precettati per gestire questi dipartimenti neo-formati, quindi situazioni chirurgiche meno urgenti vengono necessariamente posticipate a data da destinarsi. E questo, per certi pazienti, può diventare sul lungo periodo un problema, per il paziente e per il sistema sanitario.
D'altro canto, altre attività in elezione vengono tenute aperte fino a prova contraria (finché qualcuno del posto viene trovato malato\infetto), il che comporta sicuramente un aumento del rischio di contagio per medici e infermieri, che vengono a contatto con decine di persone dall'ospedale e dall'esterno ogni giorno. Questo vuol dire che magari il medico\infermiere non si infetta, ma può diventare un veicolo di trasmissione.
Chiaramente nei vari ospedali (da me è così almeno), ci sono regole piuttosto rigide circa i presidi da seguire per evitare il contagio, sia da parte di personale sanitario che di visitatori esterni, ma hanno falle intrinseche (vedi mascherine) ed estrinseche (compliance nel seguirle), senza contare che, probabilmente, sono state messe in atto con un certo ritardo.
D'altro canto, la cosa paradossale è che questi presidi stiano diventando, anche in ospedale, di scarsa disponibilità. I camici monouso scarseggiano, il gel disinfettante viene letteralmente rubato in vari reparti, mascherine e guanti idem.
Ciò non toglie che, per quello che ci è dato sapere, per quanto ora gli ospedali possano sicuramente diventare cassa di risonanza per l'infezione, la stessa si è diffusa più probabilmente sul territorio, ambito di gestione molto più complessa per quanto riguarda la prevenzione del contagio. Difficoltà che, effettivamente, si sono viste. Non a caso è già troppo tardi, nel senso che attualmente l'infezione è comunque presente un po' ovunque in Italia, in Europa e, adesso, anche oltreoceano.
Adesso bisogna cercare di limitarla, compito sicuramente non facile.
La questione rischio infettivologico, come ciliegina sulla torta, si somma nell'annoso problema delle infezioni ospedaliere. In ambienti del genere, causa selezione ambientale (antibiotici, tipologia di pazienti ricoverati) si selezionano matematicamente microrganismi di vario tipo dannosi e resistenti alle terapie, che ad oggi (e da tempo) sono potenzialmente letali per pazienti pluripatologici tanto quanto, per rispondere a Baker. E questo non è un problema di poco conto, visto che si tratta di situazioni che richiedono un certo tipo di isolamento funzionale.
Un piccolo appunto sulla diagnosi, soprattutto in pazienti non malati: da quello che leggo e dagli aneddoti di amici all'estero, c'è anche una diversa disponibilità di tamponi (ringraziamo il SSN) che chiaramente è un fattore confondente riguardo i numeri dei contagi. Ma questo punto mi pare fosse stato già affrontato.
Ho scritto tanto, forse troppo, ma spero di dare qualche spunto di riflessione.