Coren ha scritto: ↑17 luglio 2023 17:43
Mordred ha scritto: ↑17 luglio 2023 15:44
gli altri, tranne il kendo che è un discorso a parte, ho provato anche a praticarli con la "tigna" dell'agonista ma non avendoli iniziati da piccolo, per l'appunto, erano tosti.
il pugilato soprattutto: aver fatto tutti quegli anni karate mi ha insegnato a stare sul ring quasi naturalmente ma quando beccavo il classico pugile in-fighter allenato, che ti viene sempre sotto e non ti fa fare gioco di gambe e ti sfonda, mi frustrava, non mi andava giù, non mi divertivo. feci un po' di sparring e qualche combattimento in palestra ma persi la voglia di continuare.
Se volessi approfondire questa cosa mi interessa molto.
Immagino che il kumite sportivo, soprattutto ai livelli altissimi a cui l'hai praticato, ti abbia dato il senso della distanza e della misura, dove devi stare, quando devi muoverti e dove.
Purtroppo nella boxe non ci si ferma al colpo dato o ricevuto (wazari...

), ma si deve continuare a darle (e prenderle)...
approfondire sul kendo dici? beh come hai già ben desunto, il kendo ti insegna la distanza, la cerimonia quindi la forma che nelle arti giapponesi è anche sostanza, il rispetto per l'avversario, la CONCENTRAZIONE e soprattutto il Kiai, l'Urlo, cioè l'energia spirituale che a dirla così sembra una roba da dragon ball ma quando abbatti i pregiudizi e la "capisci" per davvero ti fa accedere a livelli di conoscenza del combattimento che con altre discipline non raggiungi, a meno che non diventi sensei.
è difficile spiegare il kendo senza andare a parare nella metafisica e nella filosofia orientale perciò, volendo restare coi piedi per terra e facendo un esempio molto sciocco, per me il karate è stata la scuola primaria-secondaria delle arti marziali, il kendo l'Università. ho visto combattimenti intensissimi di kendo ma conclusi con un singolo colpo (men) alla testa dello shinai, con i kendoka che si tenevano in tensione attiva con la posizione e il kiai smorzato (si espelle quando si colpisce).
noi facevamo combattimento senza limite di tempo a tre colpi, oltre i quali eri morto (shinè!). ecco il caso del kendo, manco a farlo apposta, mi aiuta a spiegare meglio il concetto amatore/agonista: io ero un ex agonista, ancora molto allenato ed in palestra c'erano ragazzi più grandi di me che lo praticavano amatorialmente. inutile dire che non potevano competere con me perchè non ce la facevano, anche solo fisicamente. difatti il maestro iscrisse solo me (kendoka da meno di tre mesi) ad un torneo/evento italo-giapponese che ovviamente stracciai nella mia categoria. torneo che con me terminò con un colpo di scena teatrale di uno dei maestri-ospite giapponese che dopo la fine del mio ultimo combattimento, ma prima darmi l'attestato e il bokken (la spada di legno) mi sfidò tipo boss finale perchè non poteva crederci che ero un esordiente, credeva fosse un imbucato e allora voleva darmi una lezione, spoiler: non me la diede. minchia ora che ci penso veramente sembrava essere uscita da un manga questa storia

ma fondamentalmente in questi tornei/stage/eventi/scambi culturali si poteva fare praticamente di tutto giacchè all'epoca la federazione italiana kendo (FIK) manco era sotto al CONI, ora non so. l'ufficialità ce la davamo noi.
@Sairus sì, quando sei agonista da piccolo e ti abitui a certi ordini di idee, anche se stai facendo la partitella ti scatta quell'aggressività agonistica appunto, che ti fa dimenticare la stanchezza, ti fa arrabbiare, e perdere non è contemplato. per questo motivo mi incazzo come un matto quando vedo certi giocatori o sportivi in generale così arrendevoli, stanchi, abulici...porca miseria!